
di Nicola Pice
Il kantharos dalle anse alte, eleganti, quasi teatrali, non è un contenitore qualunque, ma un calice da rito, ossia un oggetto da cerimonia legato al vino, al simposio, all’idea stessa di convivialità sacra, riflesso di un tempo in cui l’arte del banchetto era anche rappresentazione sociale e rituale, e dunque paradigma di una identità locale. Esso è infatti uno degli oggetti più associati a Dioniso, simbolo di ebbrezza e di trasformazione, in quanto il piacere dell’ebbrezza comporta un processo di metamorfosi. Così si spiega la leggerezza della sua forma che si presta ad essere sollevato per bere il vino con un gesto antico, celebrato come linguaggio culturale. Nel museo archeologico di Bitonto ne abbiamo due riconducibili a fine IV sec. a.C.. L’uno, qui e là sbrecciato e con una scheggiatura sul bordo, è d’un nero lucente, su cui si dispongono decorazioni simboliche dipinte in rosso chiaro vivace. Su un lato spicca un Eros, Il dio alato dell’amore – “terribile”, lo dicevano i Greci, giacché sentito come forza esterna a cui non è possibile resistere. Qui è raffigurato in volo, cinto di un copricapo e di una collana al collo, con una bandoliera a tracolla e uno specchio nella mano destra, in segno di corteggiamento, mentre dal braccio sinistro pende un mantello corto. Sul lato opposto è raffigurata di profilo una giovane accanto ad una finestra, seduta su una roccia, ornata di orecchini e con la chioma raccolta in una reticella annodata sul capo: ha accanto una grande cesta, mentre regge nella mano destra una phiale, di solito usata per il rituale della libagione come atto di offerta alla divinità. L’altro kantharos d’argilla arancio si impone per la coloritura rossa e dipintura in bianco ed ha una protome femminile all’attacco superiore. Su ciascun lato è raffigurata una figura femminile di profilo, con cuffia per i capelli, orecchini e collana. Bello ed elegante nel suo insieme, anche se rarefatte appaiono la vernice e la sovradipintura.



