di Nicola Pice
Il reperto è un cratere a campana apulo a figure rosse (IV sec. a. C.), rinvenuto a Bitonto e conservato nel Museo archeologico della Fondazione De Palo-Ungaro. La forma, caratterizzata da un’ampia vasca svasata, due anse orizzontali e un piede distinto, era destinata a mescolare acqua e vino durante il simposio. Il campo figurato è incorniciato superiormente da un fregio vegetale e inferiormente da una fascia a meandro interrotta da riquadri ornamentali.
Sul lato principale compare un giovane nudo, incoronato, rivolto verso Nike, personificazione della Vittoria, che gli porge una corona. Fra i due si interpone un altare, che motiva il protendersi del giovane con una patera nella mano destra, connesso a un’offerta o a una libagione, mentre con la sinistra regge uno scudo e due lance. L’immagine mostrerebbe il momento solenne successivo alla competizione, quando il successo dell’atleta viene riconosciuto e consacrato.
Sul lato secondario sono rappresentati due uomini ammantati, probabilmente giudici di gara, allenatori o responsabili dell’agone. La veste lunga li distingue dai giovani concorrenti nudi e ne sottolinea il ruolo autorevole. Le verghe che tengono in mano potrebbero essere le aste proprie degli ufficiali di gara. La loro presenza definisce chiaramente un ambiente agonistico organizzato e sottoposto a controllo.
Particolarmente importanti sono i due halteres, attrezzi riconoscibili dalla forma semilunata e appiattita. Nel salto in lungo antico l’atleta ne teneva uno per mano: durante la rincorsa e lo stacco li portava in avanti, mentre nella fase conclusiva li riportava indietro, coordinando il movimento delle braccia con quello del corpo. La loro raffigurazione costituisce quindi l’indizio più forte per collegare il programma iconografico del cratere alla gara del salto in lungo, disciplina compresa nel pentathlon.
I due lati sembrano così costruire un racconto unitario. Il lato secondario presenta il contesto tecnico e istituzionale della competizione: i giudici, le verghe e gli halteres identificano la prova e garantiscono il rispetto delle regole. Il lato principale mostra invece l’esito ideale della gara: l’atleta vincitore, forse già incoronato, riceve il riconoscimento di Nike e compie o prepara un atto rituale presso l’altare. La narrazione passa dunque dalla misurazione e convalida della prestazione alla proclamazione e consacrazione della vittoria.
Questa interpretazione consente anche di comprendere meglio l’apparente ambiguità degli attributi sul lato principale. La nudità del giovane è quella convenzionale dell’atleta che gareggia; la corona ne segnala il successo; Nike trasforma il risultato sportivo in gloria duratura; l’altare ricorda che le gare si svolgevano nell’ambito di feste religiose. Il giovane non è quindi soltanto il vincitore di una prova fisica, ma l’incarnazione di qualità considerate esemplari: forza, disciplina, coordinazione, autocontrollo e favore divino.
Anche l’oinochoe trilobata a figure rosse, rinvenuta nella stessa tomba appartiene a questo universo. La brocca, destinata a versare il vino, raffigura un giovane nudo in movimento, accompagnato da un mantello e da un oggetto circolare, con molta probabilità un disco. La scena rimanda comunque alla palestra e alla preparazione atletica: il corpo giovanile, rappresentato con attenzione anatomica e in una posa dinamica, diventa emblema dell’educazione fisica e dell’eccellenza maschile.
I due vasi propongono pertanto due momenti complementari. L’oinochoe presenta l’atleta nella dimensione dell’esercizio e della formazione del corpo; il cratere celebra il compimento dell’attività agonistica attraverso la vittoria nel salto in lungo, riconosciuta dai giudici e premiata simbolicamente da Nike. La loro funzione nel servizio del vino collega, inoltre, il mondo della palestra a quello del simposio, due ambiti fondamentali nella costruzione dell’identità aristocratica maschile.
Nel contesto peuceta di Bitonto, queste immagini testimoniano l’adozione e la rielaborazione di modelli culturali di provenienza greca. Sebbene provenienti da corredi funerari, non devono essere considerati necessariamente come ritratti o prove dell’effettiva attività sportiva del defunto. Esse potevano piuttosto attribuirgli, in forma idealizzata, le qualità dell’atleta vincitore: giovinezza, bellezza, disciplina, prestigio e memoria gloriosa. Nel loro insieme, i due reperti trasformano dunque l’atletica in un racconto di formazione e successo: dall’esercizio del corpo alla prova agonistica, dalla verifica dei giudici alla vittoria consacrata da Nike.




