di Nicola Pice
Tra gli spartiti conservati nell’archivio musicale della Fondazione De Palo-Ungaro sono stati rinvenuti due inni che rappresentano due ulteriori declinazioni complementari del culto dei Santi Medici a Bitonto: il primo insiste sulla memoria eroica del martirio; il secondo traduce la santità in programma di vita comunitaria.
Il primo inno “Per i Santi Medici” riporta la datazione ‘settembre 1926, Composto da tre ottave prevalentemente settenari, con andamento regolare e cantabile, si lascia caratterizzare dalla struttura tipica dell’innodia devozionale italiana otto-novecentesca: lessico elevato, sintassi letteraria, frequenti inversioni e troncamenti, forte regolarità strofica.
Per voi, fratelli martiri,
gloria ed onor d’Egea,
cui l’ira invan di Lisia
a morte un dì traea,
la fè più bella e splendida
fra popoli raggiò
qual astro che fra nuvoli
più chiaro si mostrò.
Dispregiator magnanimi
del mondo e dei tiranni,
tutto sfidaste impavidi
l’orror d’ingiusti affanni
la ria tortura, il pelago
le fiamme, il crudo acciar;
e generose vittime
sapeste a Dio volar.
Noi vi preghiamo: ai miseri
volgete amico il ciglio
talor per voi s’infiorino
le spine dell’esilio;
da voi conforti e farmaco
vano non sia sperar,
finchè v’onori, o Martiri,
un cuore ed un altar!
L’arco retorico procede in tre momenti: la glorificazione dei santi celebrati come fratelli e martiri, la cui fede risplende proprio attraverso la persecuzione; la narrazione del martirio, citando il persecutore Lisia ed Egea, il luogo della Cilicia ove avvenne il martirio tra torture, annegamento, fuoco e spada; infine, la supplica comunitaria con il canto che passa dal “voi” encomiastico al “noi” orante, chiedendo conforto e cura. Di particolare rilievo è il verso: “da voi conforti e farmaco / vano non sia sperar”: qui il termine “farmaco” collega direttamente il martirio alla specifica identità taumaturgica dei Santi Medici, sicché non si chiede soltanto protezione spirituale, ma una cura che resta volutamente sospesa fra medicina dell’anima e guarigione corporea. Questa progressione – lode, memoria, invocazione – fa presupporre una sua destinazione ad una celebrazione paraliturgica e fors’anche ad una esecuzione processionale.
Il secondo inno Ai Santi Cosma e Damiano. Inno popolare si compone di cinque sestine di ottonari con rima ABACBD. La sequenza tematica è molto ordinata: I strofa: invocazione dei santi come martiri, fratelli e difensori; II strofa: richiesta che la fede e lo zelo cristiano resistano a tormenti e morte; III strofa: amore verso il misero e il dolente, prudenza e virtù del risanare; IV strofa: opere di misericordia – luce all’ignorante, pane al povero, pace all’errante, perdono dell’offesa; V strofa: benedizione dei campi, abbondanza, carità, speranza e fede.
Grato il canto e la preghiera
Se lassù da questo esilio
Vien d’un popolo che spera
In voi, Martiri Fratelli,
d’ogni mal, d’ogni periglio
Difendeteci dal ciel.
Voi che un dì tormenti e morte
Tolleraste pel vangelo,
Fate pur che in noi più forte
Sia la fede per Gesù;
D’opre sante il nostro zelo
Sia fecondo e di virtù.
Quell’amor che in Dio v’accese
Verso il misero e il dolente,
E la provvida vi apprese
Pia virtù del risanar,
Scenda ancor, qual fiamma ardente,
In quest’alme a divampar.
Luce il savio all’ignorante,
Pane il ricco al poveretto,
Pace al torbido ed errante,
Dell’offeso doni il cor:
Dalla reggia all’umil tetto
Carità sorrida ognor.
Il vigor dell’abbondanza
Faccia lieti i nostri campi;
A quel Ben che ogn’altro avanza
Ravviate il nostro piè:
Sempre in cor quel Ben ci stampi
Carità, Speranza e Fè!
L’estensione dall’individuo malato alla comunità intera è significativa. I santi sono presentati come modello etico e sociale, non soltanto come guaritori miracolosi. Il culto comprende istruzione, elemosina, pacificazione, perdono, fertilità agricola e prosperità condivisa. La quarta strofa oppone efficacemente gli estremi sociali: “Dalla reggia all’umil tetto / Carità sorrida ognor”, una formulazione interclassista tipica dell’innodia popolare cattolica, con la carità che deve collegare ogni grado della società. La quinta strofa, invece, trasferisce poi la protezione dei santi nella sfera agraria: “Il vigor dell’abbondanza / Faccia lieti i nostri campi”: il testo documenta quindi l’inserimento del culto in una società ancora fortemente dipendente dalla vita agricola. Non va dimenticato che la festa dei Santi Medici celebrata la terza domenica d’ottobre si interpone tra la fine della vendemmia e l’inizio della raccolta delle olive.
Quanto ai due spartiti non si tratta di una melodia popolare trascritta in forma elementare, ma una composizione devozionale colta di difficoltà contenuta, probabilmente pensata per un cantore o una piccola compagine sostenuta dall’organo. Difatti, entrambi gli spartiti mostrano una concezione tonale, strofica e funzionale. La melodia procede per lo più con valori semplici e con un rapporto prevalentemente sillabico fra testo e musica. L’accompagnamento è accordale; non emerge, dagli incipit, un’elaborazione contrappuntistica significativa. Nel secondo inno, tuttavia, la melodia segue con attenzione la prosodia. La parola “martiri” e i passaggi conclusivi ricevono una certa espansione ritmica; le cadenze coincidono con le articolazioni del testo. La scrittura sembra pensata per una voce principale sostenuta da organo, eventualmente raddoppiabile dal gruppo dei fedeli. (la foto riproduce una tela settecentesca dei Santi Medici conservata nel Monastero delle Vergini)



